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Stirpe votiva
Testi a cura della Prof.ssa Paola Nardecchia  maggiori info autore

È forse poco noto ai residenti della Piana del Cavaliere che a inizio Novecento fu trovata per caso in un campo agricolo di Carsoli una grande stipe votiva di cultura medioitalica, integrata poi da altre scoperte dell’archeologo Antonio Cederna in due campagne di scavo condotte nel 1950 nell’area di un presunto santuario extraurbano molto frequentato. Riguardo la prima scoperta egli poté consultare un carteggio nell’archivio del Museo Nazionale di Villa Giulia a Roma, poi andato perduto, contenente parte dell’antica corrispondenza intrecciata tra quel museo, che custodiva i pezzi, e gli organi pubblici competenti (1).
  Alcune delle teste votive rinvenute dal sig. Angelini a Carsoli (foto anno 1906)
Recentemente noi abbiamo avuto la fortuna di trovare un inedito fascicolo risalente a quell’epoca nell’Archivio Centrale dello Stato di Roma (2), le cui notizie si integrano con altre individuate nell’Archivio di Stato di L’Aquila (3), utili a colmare la perdita dei documenti originali. Il 18 gennaio 1906 l’Ufficio per gli scavi e le scoperte di antichità di Roma, sito sul colle Palatino, segnalò alla Direzione per le Antichità e le Belle Arti (AA.BB.AA.) che il sig. Augusto Angelini di Carsoli accumulava nella sua casa un gran numero di terrecotte votive figurate, trovate per caso a partire dal giorno 15 e abusivamente scavate nel corso dei lavori di impianto di un frutteto in uno dei fondi di sua proprietà in contrada S. Maria o Canepina, non lontano dalla stazione di Carsoli lungo la linea ferroviaria RomaSulmona, presso il primo nucleo delle moderne case dell’abitato, a non più di km. 5 a nordest dalle rovine dell’antica Carsioli (sita in contrada Sesara), la colonia impiantata definitivamente dai Romani nel 298 a. C. in territorio equo (4). 
 
La Direzione romana ordinò presto di intervenire al Prefetto dell’Aquila, che sollecitò ad un sopralluogo il Regio Ispettore agli scavi e monumenti del circondario di Avezzano, avv. Francesco Lolli. Il territorio, a dire il vero, non rientrava nelle competenze dell’Ufficio del Palatino (5), deciso ad un immediato intervento della polizia giudiziaria, che avrebbe fatto sospendere l’illecita inizia tiva ed elevato una contravvenzione, con sequestro dei pezzi (6). L’ispettore era tuttavia di diverso parere, perché l’Angelini, persona superiore a ogni sospetto, conosceva gli obblighi di controllo esercitati dal Comune di Carsoli (che ne aveva dato immediata comunicazione per via gerarchica), e con la massima trasparenza aveva riposto i pezzi in un magazzino, al fine di garantirne la conservazione. Tra l’altro il contadino non aveva intrapreso deliberatamente uno scavo, e non era opportuno sequestrare gli oggetti antichi, visto anche il loro limitato pregio storico e artistico, né che fossero trasferiti nei locali del Municipio, inadatti e poco capienti. 
  
Lolli elencava (7) una quantità rilevantissima di oggetti di terracotta, la maggior parte frammentizi, per lo più mutile statuette, rappresentanti anche animali appena abbozzati (buoi, cavalli, maiali), e avanzi di statue tutte rotte come gambe piedi braccia, mani, oltre a molti pezzi fabbricati anche a uso votivo. Egli segnalava in particolare una mano con un serpe attorcigliato e a cui il pollice e l’indice stringono la gola, e un piccolo gruppo di due personaggi sedenti in bisellio, oltre ad alcuni falli e diversi orciuoli di cui qualcuno verniciato in nero ma senza traccia di pittura o iscrizioni [altrove dice graffiti], solamente uno striato dall’alto in basso. Quel che è di più notevole è un gran numero di teste (quasi 200), alcune frammenti di statue, altre a sé a foggia di protome [maschere?], di una grande varietà. Raffigurano uomini barbuti e imberbi, donne velate e non velate, giovanetti, ma senza contrassegni o tratti utili per il loro riconoscimento, tranne uno che somiglia a un ritratto di Augusto giovinetto. Moltissime sono di fattura assai rozza e trasandata, il maggior numero discrete, qualcuna di buon lavoro, ma nessuna presenta pregio storico o artistico tale che lo Stato debba interessarsene […], da datare all’epoca imperiale romana, ma le più o molte al periodo della decadenza, comunque tali da non meritare una descrizione analitica e da non giustificare un sequestro. 
  
L’ispettore inoltre nel mese di marzo sollecitava i superiori a concedere all’Angelini l’autorizzazione a riprendere i lavori agricoli stagionali, proponendo di obbligarlo a un’immediata comunicazione per ogni eventuale nuova scoperta. Il Prefetto di Aquila sollecitò dunque la Direzione AA.BB.AA. a non cedere alle vive e severe insistenze a intervenire dell’Ufficio del Palatino, che intanto aveva ricevuto sul caso diretta giurisdizione. Anzi un funzionario tecnico di quella sede, tale Alessio Valle, credeva che l’Angelini, dopo il fortuito rinvenimento, avesse proseguito per molti giorni veri lavori di scavo, senza aver chiesto e ottenuto la necessaria licenza, cosa che motivava o una contravvenzione o la concessione di un permesso di scavo con effetto retroattivo, della durata di un mese al massimo, sotto il controllo di un ispettore, con l’obbligo per il contadino di consegnare al Governo la quarta parte di tutte le terrecotte rinvenute. 
  
Il Valle portava intanto ai superiori, quali campioni, tre teste fittili, forse ritratti, talmente poche da sembrare comuni e di non speciale importanza al prof. Dante Vaglieri, che lo aveva sostituito nell’incarico effettuando una missione a Carsoli al termine di quell’anno. Vaglieri, esortato dalla Direzione Generale a tenere una linea morbida con l’Angelini (che solo poteva venire esortato a cedere il quarto del rinvenimento e che non si lasciava facilmente convincere a depositare presso il Municipio di Carsoli l’intero ‘bottino’), elencava anche uteri e mammelle fittili ed apprezzava in particolare molte le teste femminili con cuffia (tutulus) e cercine, rare per tipologia ed interessanti per contribuire agli studi, allora pionieristici, sull’acconciatura e il costume italici. Egli univa alla lista anche piedi con curiose calzature, pezzi utili all’allestimento delle nuove sale del recentemente ampliato Antiquarium classico del Museo Nazionale Romano alle Terme di Diocleziano, ove si intendevano valorizzare i materiali fino allora confinati nei depositi (8). Egli inoltre si impegnava a stilare prontamente una dettagliata relazione sulla stipe, allegando buone fotografie da pubblicare nel bollettino Notizie degli scavi di Antichità, edito dall’Accademia dei Lincei (9). 
  
L’Ufficio scavi, che riceveva nel frattempo “il quarto” scelto dal Vaglieri d’accordo con il contadino (le teste più caratteristiche e poco del resto) auspicava il trasferimento dei pezzi nel museo di Villa Giulia, il cui direttore Giuseppe Angelo Colini era in quegli anni tenacemente impegnato a rilanciare l’immagine della sede, ridotta a semplice magazzino per un’intricata vicenda di scandali (10), ed era molto interessato a conservare intatto il gruppo per confrontarlo con altre stipi votive del museo. Finalmente quei pezzi vi giunsero nel mese di maggio, accompagnati da una dettagliata relazione di uno degli ispettori da tempo assunti nel ruolo di disegnatore, il giovane ingegnere Raniero Mengarelli, che aveva personalmente visitato Carsoli (11). 
  
In particolare egli, in una lunga relazione stilata il 6 agosto 1908 (12), rilevava che l’Angelini aveva trovato le terrecotte alla rinfusa a poca profondità […], senza raggiungere il terreno vergine, arrestandosi appena l’ammasso diveniva meno denso e lasciando intatto lo strato inferiore formato da terra nerastra mista a detriti di carbone. La zona era piana, compresa tra la ferrovia e la strada provinciale, verso cui inclinava con lieve pendio, in contiguità di un’aia rilevata sorretta da muri all’ingiro, di proprietà della famiglia Mari di Carsoli […], che in quella circostanza trovarono alcuni materiali e molti idoletti di bronzo (13), anche se quelli da lui recentemente visionati apparivano falsi, tranne due piccole figure virili, di carattere arcaico locale, coperte da un breve corsaletto e pel rimanente nude, con patera umbilicata in mano, che potevano ben provenire dal primo strato del tempio per il loro carattere arcaico locale.
  
Egli ipotizzava che le terrecotte votive fossero state dapprima deposte in una favissa contigua ad un tempio che doveva sorgere all’incirca nel luogo ov’è l’aia e che poi fossero state scaricate nel luogo in cui furono rinvenute, e posizionava l’edificio di culto tra la via Valeria e un'altra strada [la Turanense] che ivi presso se ne distaccava per salire verso il luogo dove ora è il convento di S. Francesco (nel distretto di Poggio Cinolfo), e che alcuni frammenti, oltre quelli di altri monumenti romani, erano stati riutilizzati nelle murature del campanile della vicina chiesa medievale di S. Maria in Cellis e a S. Vittoria nel centro di Carsoli, rinviando a due fotografie allegate alla lettera. Vogliamo trascrivere ora la parte relativa all’inventario dei pezzi fittili stilato dal Mengarelli, e pubblicare le altre due foto unite al carteggio, interessanti perché gli studiosi identifichino i pezzi originali della nostra stipe (14). Così diceva l’ispettore: Parte dei materiali votivi sono ammassati alla rinfusa in un locale bujo adibito a stalla, d’ove erano una volta i cantieri dei fratelli Maggiorani presso la stazione ferroviaria (15), e parte sono collocati alla meglio su uno scaffale in casa Angelini. 
  
Nella stalla ho trovato 42 teste fittili [v. fig. 1] e altre 32 di minore importanza, in cattivo stato di conservazione e mancanti di molte parti […]. Ho rinvenuto nello stesso locale un grande mucchio di fittili votivi spezzati o frantumati raffiguranti braccia, mani, gambe insieme con pezzi di rozze statuette. Vi ho trovato inoltre molti degli ex-voto sempre di terracotta a forma di bovetti, uteri, mammelle, ed anche alcuni contrappesi trapezoidali da telaio. Tra i rottami ho notato anche statuette rappresentanti bimbi avvolti nelle fasce colla sola testa libera da vincoli ma coperta da un drappo come da cuffia. Nella casa ho contato 58 teste votive in genere ben conservate come le altre. Di 14 di esse offro una fotografia [v. fig. di copertina] e alcuni bovetti, un sedile con due figurine, forse di due coniugi, come quelli del tempio di Mater Matuta ma più rozzi, v. la stessa foto ove ci sono anche due statuine acefale rappresentati donne avvolte nell’hymasi potevano ottenere con una forma fatta di due o tre parti soltanto, così avveniva che la massa di capelli non poteva essere riprodotta e allora l’artista locale la modellava alla meglio, ovvero la nascondeva sotto una specie di cuffia con una corolla rilevata all’ingiro secondo il costume del luogo. 
  
Tale costume non ha che io sappia perfetto riscontro con quello di altre popolazioni: e certo non era molto bello, poiché quella specie di cappuccio non raccoglieva come la stephane greca i capelli, ma li nascondeva interamente tranne sulla fronte. Sembra che siffatto cappuccio fosse breve ed aguzzo sulla nuca per gli uomini, e più lungo, ricadente indietro e aperto all’estremità per le donne. L’acconciatura carseolana apparisce quasi una compenetrazione del turbante turco con il berretto sardo. Sono specialmente interessanti per la finezza della modellazione una dozzina di teste muliebri ed una testa di uomo barbato. Vi sono anche alcune belle teste prive dell’acconciatura paesana e fra queste è notevole quella di un giovane a grandezza quasi naturale tratta da un originale romano, occasione per auspicare un più generale studio dei prototipi greci e romani e per spingere il museo ad acquistare altri pezzi carseolani, utili per interessanti comparazioni con gli exvoto fittili dei templi di Falerii, Satricum, Norba e Nemi (che Mengarelli ben conosceva per averne seguito in parte gli scavi). 
  
Egli sollecitava infatti l’acquisto a £ 500 dell’intera raccolta o della parte di essa più significativa, mentre Colini, il direttore del museo, per non lasciarsi scappare quello che individuava essere il primo nucleo della collezione archeologica dell’Abruzzo aquilano, propose al Ministero della Pubblica Istruzione di offrire al colono £. 600, utilizzando parte dei fondi destinati all’acquisto delle antichità di Vulci. La proposta fu coronata da un regolare atto di acquisto stilato il 16 settembre 1908 (16), ma i pezzi non furono adeguatamente valorizzati in quella sede, uniti agli altri già devoluti allo Stato (17). Molti dovettero restare in casa Angelini, dispersi nella campagna e nell’abitazione, poi passata all’erede; altri andarono distrutti con i bombardamenti su Carsoli dell’ultima guerra mondiale (18). 
  
Certo sin dall’agosto del 1907 l’Ufficio scavi del Palatino segnalava alla Direzione AA.BB.AA. l’urgente necessità di condurre altre ricerche sul campo ed univa un dettagliato preventivo di spesa per lo sterro di mq. 12 (19), proponendo un intervento da effettuare anche solo per metà nell’anno solare in corso, compensando i costi con il valore delle scoperte. Il Ministero tuttavia non corrispose ad un’iniziale modesta promessa di partecipazione finanziaria (ammontante a £. 600), né accolse la rinnovata richiesta del febbraio dell’anno successivo. Nel settembre del 1909 il Direttore dell’Ufficio scavi, avendo osservato in un nuovo sopralluogo che esistevano avanzi di un tempio lungo la via Valeria, e che prima dei lavori di costruzione della fer rovia vi giungeva un canaletto di acqua purissima, suggeriva alle Antichità e Belle Arti di riprendere le indagini per cercare lì vicino altri depositi votivi e per approfondire e allargare l’area nota neppure esplorata per metà, procurando nel frattempo il consenso dell’Angelini, che aveva spezzato e lasciato nel campo alcuni pezzi ritenuti di poco conto. Gli scavi ripresero soltanto nel 1950 per iniziativa privata del Cederna e autorizzazione di Cianfarani, Soprintendente chietino alle Antichità degli Abruzzi (20).
  
Lo studioso ne diede anche pubblica notizia in una seduta scientifica del Museo di Roma (21), mentre alcuni oggetti, destinati al costituendo Museo di Chieti, furono esposti a Roma nel 1952 in una mostra allestita nel Museo di Villa Giulia, tesa a documentare le più recenti acquisizioni provenienti anche da altre zone (22). Quell’anno giunsero a Chieti, forse presso i depositi della Soprintendenza, anche i pezzi della prima scoperta, giacenti fino ad allora nei magazzini del Museo di Villa Giulia (23). Cederna riuscì a proseguire solo parzialmente gli scavi a Carsoli nel 1953 (24). Alfredo Marinucci nel 1973, con il patrocinio della Soprintendenza chietina, limitò lo studio alle sole teste, “mezzeteste” e maschere votive, segnalando anche gli elementi della probabile decorazione scultorea del nostro tempio abruzzese, di cui neppure oggi si conosce la divinità titolare (25). 
  
Poco dopo la Fanelli segnalò i votivi anatomici di Carsoli nella tabella riassuntiva degli esempi in Italia (26), che fu rielaborata e integrata dalla Comella, impegnata a distinguere gli oggetti in categorie e a indicare anche altre tracce in territorio equo, testimoniando l’estrema diffusione di quei prodotti nel versante tirrenico dell’Italia centrale (area etruscolaziale campana), in aree di recente colonizzazione romana e di influenza culturale meridionale (27). Grazie a contributi come questi anche i non addetti ai lavori possono avventurarsi nel mondo affascinante degli exvoto, eseguiti per lo più da matrici in terracotta (almeno per ciò che rimane nei santuari), o realizzati a mano con ritocchi a stecca o al tornio, di diverso pregio per corrispondere alle esigenze colte e popolari dei devoti e con reperti databili tra il IV e il II secolo a. C, in zone anche interne come la nostra di antica tradizione religiosa. Per chi voglia approfondire indichiamo in nota solo alcuni interventi (28), ma è importante capire che il significato degli oggetti può emergere solo dalla prudente interpretazione di una globalità di elementi e di relazioni. 
  
Ad esempio nei documenti relativi alla nostra stipe si parla di un sedile con due figurine forse di coniugi e di statuette di bimbi avvolti nelle fasce con una cuffietta sul capo, segni altrove ben noti della protezione di una o più divinità sulla sfera prematrimoniale e matrimoniale e sulla riproduzione, specie se associati a votivi anatomici (29). Non è difficile poi riconoscere nella mano fittile, con serpe attorcigliato stretto alla gola, un simbolo ctonio connesso talvolta con la fertilità. Da ultimo, per gli animali miniaturizzati in terracotta, specie bovi, maiali, cavalli, montoni, bisognerà interrogare forse i nostri vecchi per l’universale augurio di protezione su di essi o per la consacrazione di un bene a loro caro in un contesto economico poco redditizio, auspicio anche di forza e di rinnovo delle specie (30). 

  

Foto tratta da: L. FRANCHI DELL’ORTO, A. LA REGINA, Culture adriatiche antiche d’Abruzzo e MoliseFoto tratta da: L. FRANCHI DELL’ORTO, A. LA REGINA, Culture adriatiche antiche d’Abruzzo e Molise.
 
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