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Cronaca di uno scavo
Testi a cura di Terenzio Flamini  maggiori info autore
Una breve riflessione troppe volte, oggi forse ancora come ieri, assistiamo alla distruzione di documenti e di testimonianze lasciati da coloro che ci hanno preceduto: le opere di chi è vissuto prima di noi, vengono cancellate utilizzandole in modo improprio, non conservandole, rubandole. Se da un lato recriminiamo ad enti pubblici o privati di non tutelare il patrimonio avuto in eredità dai nostri "avi", dall'altro assistiamo al saccheggio di testimonianze architettoniche o manoscritte, di opere d'arte o di reperti archeologici da parte di cittadini comuni, illusi di avere in mano chissà quali importanti, preziosissimi oggetti e convinti che, quando si presenterà l'occasione, potranno fare un ottimo affare. Si frantumano pagine di raccolte rare, si distaccano pezzi di affreschi, magari solo per souvenir, si va allo "sterro", non allo scavo, di "cocci" ritenuti di grande valore. 
  
Sovente ci si imbatte in siti archeologici stravolti e depredati nella maniera più rozza da mani di persone bramose di possedere qualcosa che a loro appare come pezzo unico e pregiato senza che si rendano conto minimamente che, così facendo, stanno sminuzzando reperti in sé insignificanti e senza valore, ma che assumono somma importanza per chi, con competenza e capacità, sa collocarli nella giusta dimensione diacronica contribuendo alla conoscenza del passato in maniera scientificamente esatta. 
 
C'è anche da dire che talvolta si scava per passione e per "amore", ma senza la necessaria preparazione è certamente meglio lasciare tutto sottoterra; in altre parole, nell'indagine, si deve saper documentare il minimo indizio per poter ricostruire l'intera struttura della Storia. Rimanendo nel campo più strettamente archeologico, non è da dimenticare quanto notoriamente asseriva R. E. Mortimer Wheeler: "l'archeologo non scava oggetti ma esseri umani": scavare significa dunque toccare con mano ciò che altri uomini hanno creato, costruito, hanno pensato, hanno elaborato con la loro esperienza, con le loro conoscenze e con il loro sapere. Fortunatamente l'idea dell' "antico" come oggetto di rispetto e di studio comincia, anche se solo da pochi anni, a farsi strada nella mente dei non addetti ai lavori e sempre più persone sono attente a custodire e valorizzare tutto ciò che può essere testimonianza di civiltà passate. 
  
Interessante a tal proposito, oltre che per diversi altri aspetti, un appassionato e lungo articolo di un archeologo in azione: Antonio Cederna (1). Le sue osservazioni spaziano dalla critica dello stato in cui versavano i magazzini dei nostri musei, alla difficoltà di reperimento di fondi per la ricerca archeologica, dal come effettuare seriamente uno scavo, alla descrizione dei luoghi e della gente al momento del lavoro specificatamente archeologico nel sito. L'articolo, apparso nel 1952, riguarda la cronaca dello scavo sul luogo ove era Chieti: bronzetto votivo rinvenuto a Carsoli. stata individuata una stipe votiva vicina a Carsoli (Cfr.: il foglio di Lumen, n. 0, Nov. 2000). Cederna, tra i pochi illustri archeologi che si siano interessati alla zona gravitante la Piana del Cavaliere, ricostruisce, tra l'altro, un vivace e colorito quadro della situazione locale appena qualche anno dopo la fine del secondo conflitto mondiale."C.*, un paese d'Abruzzo di cui ignoravamo l'esistenza " riferisce Cederna parlando di Carsoli, "è a meno di cento chilometri da Roma.
  
Distrutto quasi completamente nell'ultima guerra, è stato ricostruito con brutti edifici, ai lati della strada provinciale coi soliti platani che lo attraversa rumorosamente: la posizione è bella, tra colline e un ampia valle con un magro torrente, dominata da un castello medioevale in cima ad un poggio, pretesto a favole di tesori nascosti". Parlando degli abitanti del paese, l'archeologo fa sapere che "alcuni sono molto ricchi e in fama di avari (commercio di legname, castagne, vino, pasta), gli altri lavorano la loro poca terra, i disoccupati sono molti e sperano di trovare un lavoro a Roma"; osserva inoltre che "le ragazze delle famiglie più cospicue studiano a Roma e passano l'estate a C.*, nella noia più impenetrabile, incerte della loro vocazione; le altre sono maestre o studiano per diventarlo (il padre è falegname o impiegato al Comune): anch'esse si annoiano e sospirano la grande città". 
  
Tornando poi a quello che è il lavoro più espressamente archeologico, continua: "Occorre quindi esplorare sistematicamente il terreno là dove s'era scavato per caso nella speranza di trovare quei dati stratigrafici, topografici, cronologici ecc., che solo uno scavo attento può produrre". Ricorda i mali, ancora oggi presenti, riguardanti gli scavi: "Una piaga dell'archeologia in generale sono gli scavi clandestini o fatti da incompetenti: quando la legge arriva le pene sono esorbitanti: quando non arriva, ed è il caso più frequente, tutto finisce nella rete degli antiquari e gli oggetti antichi cominciano il loro lungo viaggio". Per il lavoro preparatorio sul luogo dove era stata individuato il deposito votivo, Cederna, prende i primi contatti con il sindaco, per poi presentarsi "all'attuale proprietario del fondo, nipote dell'antico scopritore: al tempo della scoperta [avvenuta casualmente nel 1906] aveva quattro anni, si ricorda vagamente montagne di teste di terracotta che gli facevano molta paura, vuole un indennizzo eccessivo: se lo Stato si scomoda e cerca "tesori" nel suo campo, paghi salato: vuole milioni, ne vuole mezzo, si mercanteggia, infine si rassegna all'indennizzo dei soli danni materiali alle colture (un po' d'erba e qualche stentato albero da frutto)". 
  
Si va sul campo "un vecchio melo, a quanto ci dice il proprietario, è stato piantato da suo zio in memoria e sul luogo dell'antica fortunata scoperta: vicino alle sue radici arrugginite piantiamo i primi picchetti". Il lavoro vero e proprio di scavo, sotto la sua direzione, viene eseguito da quattro "sterratori" da lui ingaggiati dopo una breve trattativa. "Il primo sentimento che si prova quando si comincia a scavare è simile alla vergogna. Per un paio d'ore i quattro operai hanno a che fare col prato: il piccone dà un suono fiacco, le zolle d'erba rotolano via mollemente, districandosi a stento, e non si vedono che vermi lunghi e rossicci. Fa male pensare che quella terra, dove per tanti secoli si è onestamente arato e falciato, venga ora sconvolta per uno scopo tanto diverso e di esito così incerto, com'è nostra pretesa che essa produca, oltre al grano e alle patate, qualche testimonianza della civiltà degli antichi italici (gli Equi precisamente) dopo la conquista romana. I movimenti degli operai sembrano goffi, quasi una caricatura del lavoro dei campi. 
 
Per buona fortuna nessuna curiosità mostrano i carrettieri seduti sui loro carri di letame, passando sulla strada [il sito si trova tra la ferrovia e la provinciale, non lontano dalla stazione] verso il paese (ne vediamo solo la testa, sul pelo del prato), né gli scarsi passeggeri al finestrino dei treni quando, al di là della rete metallica, ci passano accanto; qua e là nell'erba qualche bossolo di mitragliatrice. A un dato momento la punta del piccone dà un suono più nitido, e il lavoro diventa più risoluto: a sessanta centimetri di profondità la terra si fa chiara e dura, gli operai cominciano a sudare, a bere l'acqua del fiasco, e a parlare. Uno di essi si mette a rievocare , come un paradiso, gli anni di prigionia trascorsi in Inghilterra, quando faceva a pugni coi sorveglianti e approfittava della compiacenza delle donne".
  
Quando ormai la prima giornata di scavo è giunta quasi al termine, senza che nulla di interessante sia affiorato dal terreno e si vedono "accendersi le prime luci nelle case in cima ai colli già abbandonati dal sole, … l'ex prigioniero degli inglesi grida improvvisamente: è maschio, è maschio (2) e "brandisce in alto con la mano sinistra qualcosa di molto piccolo: un giovinetto di bronzo, nudo, alto un dieci centimetri, liscio e lucente, con un braccio alzato come per arringare la folla e imporci di tacere; insieme una moneta di bronzo del terzo secolo avanti Cristo con il profilo di Mercurio sul diritto e una prua di nave sul rovescio, è un indizio eloquente di storia politica e militare". Lo scavo è finalmente giunto allo strato antico, a un metro e mezzo due, ed è colmo di oggetti di bronzo, di ferro, di ceramica: tutte cose che "rivelano anche a C.* la pietà degli antichi Italici" e appaiono costipate insieme e ricoperte, forse per la fretta, dagli abitanti minacciati da chissà quale nemico e con l'intenzione di tornare a prenderle in tempi migliori. 
  
Mentre lo scavo procede nei giorni successivi, non intervengono soltanto gli "sterratori", ai quali bisogna ricordare di non avere fretta e di "non tirare appena vedono spuntare qualcosa ma lavorarci intorno adagio perché non si sa cosa può essere", ma partecipano anche un paio di ragazze di Carsoli che "provvedono con buon garbo" a lavare le numerose terrecotte. Dopo che la notizia dello scavo si è diffusa, dal paese si avvicinano i curiosi che chiedono, come spesso accade in questi frangenti, se a "quei tempi l'oro lo conoscevano, se si trovano 'ossa di cristiani', cosa ci compravano con quelle monete, come abbiamo fatto a sapere che proprio lì ecc., perché mai si raccolgono con tanta cura tanti cocci e tanti pezzi di terracotta, chi dà i denari per scavare, se quello era un cimitero o una catacomba, quanto può valere oggi a venderla quella statuina. Gli auguri che ci vengono fatti sono immancabilmente tre: che possiamo trovare dell'oro, oppure un tempio sotterraneo, oppure un ritratto di Nerone …". 
  
La gente, i curiosi fanno infinite domande sulle capacità tecniche degli antichi, si meravigliano della bravura, chiedono di terremoti, di vulcani, del diluvio universale … Raccontano di strane leggende, di crepacci pieni di tesori, di alberi che contengono monete nascoste da galeotti, di statue che parlano. Cederna ha modo di osservare uno strano personaggio: il consueto matto del paese che lo tira in disparte e "fissandoci ad dosso terribilmente i suoi occhi grigi, ci mormora che lui, se facciamo a mezzo e non lo diciamo a nessuno, domani ci conduce dove è sepolto uno scrigno di marenghi: e sulla scatola di cerini ha già disegnato una piantina." Nel lungo articolo l'illustre archeologo dà anche qualche ragguaglio non solo su come scavare , ma anche su come pulire con estrema attenzione il materiale che viene un po' la volta dissotterrato, come catalogarlo, come conservarlo. 
  
Egli pur rendendosi conto che quasi sicuramente tutto il materiale "andrà a finire nelle vetrine di un museo di provincia, dove entreranno ben pochi visitatori, che per di più non capiranno di che si tratta" , tuttavia fa trasparire tutta la sua passione per i reperti che, seppure di non grande valore intrinseco, sono testimonianza di un civiltà antica vissuta non certo nella ricchezza ma sicuramente testimone di una cultura e di una "pietas" comune a molte popolazioni del centro Italia. Oggi la situazione di rispetto verso le testimonianze storiche, è certamente migliorata, è comunque appena il caso di ricordare ciò che un insigne archeologo contemporaneo, Andrea Carandini, ha sottolineato : "Se i nostri monumenti vanno in rovina non è solo per i terremoti, l'inquinamento e la mancanza di denaro, ma anche per una incapacità degli uomini a cooperare ed operare scientificamente, organizzativamente, praticamente".
 
  


Note 
1) CEDERNA A., Un archeologo al lavoro, in L'illustrazione del medico, 115, Novembre 1952, pp. 1317. Antonio Cederna (Milano, 19211996), conseguì il diploma della scuola di perfezionamento in archeologia di Roma, illustrando appunto i risultati dello scavo condotto a Carsoli, quando mise in luce una notevole quantità di materiale votivo risalente al III secolo a.C. 
 
2) È, con estrema probabilità, la piccola statua bronzea di Ercole con la pelle del leone Nemeo avvolta attorno al braccio sinistro; "altezza cm. 9,99 (dal piede sinistro alla testa); cm. 9,84 (dal piede destro alla testa); cm. 10,12 (dal piede sinistro alla mano destra)". V. CEDERNA A., Notizie degli scavi, Serie VIII, Vol. V, fasc. 712, 1951, p. 185. 

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